VITTIME DI MAFIA di Fabiano e Morici

Fabio Fabiano

L'inizio del percorso dell’approfondimento nella conoscenza delle vittime innocenti di mafia inizia con la pubblicazione del Libro “Vittime di Mafia” edito nel 2014. La spinta decisiva in questa iniziativa editoriale fu quella di riscoprire il nostro essere siciliani e di raccontare una parte della nostra storia che ci appartiene. La mafia in effetti era un fenomeno pregnante del nostro essere siciliani, ma certo non era una realtà di cui andare fieri. Presto scoprimmo come la storia delle vittime innocenti della mafia e dei loro familiari ci rese davvero fieri di essere figli della nostra terra. Le vittime innocenti di mafia diventarono il nostro emblema di sicilianità. Le loro storie di eroi stridevano con quelle dei più noti mafiosi. Il fascino del male che rappresentano alcuni di loro, è sicuramente adombrato dalla figura di grande dignità e grandezza morale di ogni singola vittima.

Più studiavamo e leggevamo gli atti giudiziari del passato, più ci rendevamo conto di quanto i mafiosi fossero vigliacchi e infami. I mafiosi che si credono uomini d’onore, sono solo degli ominicchi se non dei quaquaraqua, per citare Leonardo Sciascia. Per lo più mandano altri a sparare a soggetti della loro stessa risma, servitori dello stato, giornalisti o uomini che si rifiutavano di subire il loro volere criminale. Assassini che non si curavano delle eventuali vittime innocenti. Pronti ad uccidere indistintamente bambini e donne pur di raggiungere i loro meschini scopi.
Iniziando a frequentare i familiari delle vittime di mafia, cominciavamo ad apprezzare la loro straordinaria grandezza d’animo e generosità, ma sopra ogni altra cosa il loro coraggio. La loro grande dignità nei confronti del lutto che portano nel cuore, ci dava l’immediata contezza di come riuscivano a convivere con il loro immenso dolore e la più grande delle ingiustizia di cui un uomo o una donna può essere vittima. Dai familiari delle vittime iniziammo a conoscere i loro congiunti uccisi per mano di coloro che è giusto definire “uomini del disonore.”
E da allora che spendiamo le nostre forze per diffondere e rendere nota, perché non se ne perdesse memoria, la storia delle vittime di mafia e di testimoniare il coraggio dei loro familiari. Non c’è mai stato nessun uomo delle istituzioni e meno che mai nessun politico che ci abbia mai tanto chiaramente fatto comprendere quanto sia aberrante la mafia ed emozionare con le loro testimonianze. Dentro le loro parole sentiamo la rabbia e la voglia cocente di giustizia.
I familiari delle vittime innocenti di mafia non si sono mai abbandonati, né privatamente né pubblicamente, alla richiesta di vendetta, ma solo ad una legittima istanza di giustizia. La loro più grande soddisfazione per molti, e per molti altri purtroppo non è mai stato possibile, è di aver contribuito, costituendosi come parte civile nei processi, a far condannare gli assassini dei loro cari. Ricordando le loro vittime con grande commozione, i loro cari ci fanno comprendere quando è grande il bene della vita.


I familiari delle vittime innocenti di mafia, spesso persone comuni, ci hanno aiutato a capire il carattere moralmente riprovevole di un fenomeno che umilia i siciliani onesti e che della mafia sono le vere vittime. E’ a loro che con questa serie di podcast vogliamo dar voce, affinché possano con le loro storie e con le loro parole trasformare il volto di quest’isola e far dimenticare lo stereotipo del siciliano mafioso o vigliaccamente omertoso. read less
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Episodes

FILIPPO GEBBIA
04-08-2021
FILIPPO GEBBIA
21 settembre 1986. Porto Empedocle, centro marinaro della provincia di Agrigento. Filippo, trent'anni, un lavoro, una ragazza che vuole sposare. È una piacevole serata domenicale di fine estate. Via Roma. Il corso principale del paese. Gente che passeggia, che ride, che si intrattiene al bar con gli amici. Tra i tanti, Filippo in compagnia della sua fidanzata. Fa caldo quella sera. I due entrano in un bar per prendere un gelato. Dentro al bar ci sono già Giuseppe, Gigi, Giovanni, Salvatore e Antonio. Improvvisamente il black-out elettrico. Due cabriolet decappottate arrestano la loro corsa dinanzi al bar. Filippo e Antonio sono arrivati all'appuntamento. L'appuntamento con il destino. Prima che si possano rendere conto di cosa stesse accadendo, i fucili a canne mozze e i kalashnikov regolano un conto ancora aperto. Un conto con il quale loro non c'entrano nulla. “Filì…Filì…” grida la ragazza di Filippo mentre si sente rabbioso il crepitare delle armi. “Filì”, abbreviativo di Filippo. Lo stesso nome di Adorno. Filippo Adorno, uomo vicino ai Grassonelli. Il killer non ha esitazioni. È lui! È Filippo Adorno. Per Filippo Gebbia non c’è scampo. Nel posto sbagliato al momento sbagliato e per di più con un nome di battesimo che in quel momento gli risulta fatale. Il piombo che cerca vendetta lascia a terra i corpi di Giuseppe Grassonelli, del figlio Gigi, di Giovanni Mallia, di Salvatore Tuttolomondo e di due vittime innocenti: Antonio Morreale e Filippo Gebbia. Obiettivo dei sicari di Cosa Nostra, che avevano ricevuto l’ordine di spazzare via il gruppo emergente degli Stiddari, Gigi Grassonelli, ai vertici di un gruppo che aveva inflitto pesanti perdite alla famiglia mafiosa che faceva capo ai Messina. Gigi Grassonelli, figlio di Giuseppe, vecchio boss di Cosa Nostra, si era messo a capo di una famiglia di Stiddari. La raffica lo raggiunge mentre cerca di fuggire.
Giuseppe Casarrubea (1° parte)
17-07-2021
Giuseppe Casarrubea (1° parte)
22 giugno 1947 a Partinico, in provincia di Palermo, dinanzi la sede della “Camera del Lavoro” si trovano riunite a discutere un gruppo di persone. Argomento di quella sera: la Strage di Portella della Ginestra compiuta il 1° maggio in provincia di Palermo. Il 1º maggio 1947, circa duemila lavoratori si erano riuniti nella vallata di Portella della Ginestra per dare luogo ad una manifestazione di protesta contro il latifondismo. Improvvisamente, la folla dei manifestanti venne investita da raffiche di mitra sparate dalle colline che sovrastano la valle. Il bilancio di quel giorno fu di 11 morti e 27 feriti, alcuni dei quali morirono successivamente a seguito delle ferite riportate. Una strage che aveva destato molto clamore, oltre che per l'elevato numero delle vittime, anche per due bambini rimasti uccisi nel corso di quell'azione i cui risvolti non erano chiari. A distanza di quattro mesi dall'evento, la strage verrà attribuita a uomini del bandito Salvatore Giuliano, all'epoca colonnello dell'EVIS, l'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia, che in combutta con i mafiosi aveva organizzato l'agguato ad inermi cittadini che partecipavano ad una pacifica manifestazione di protesta. Quella sera a Partinico, i sindacalisti s'interrogano per capire quale fosse il movente di quell'assurda strage. O forse, più che il movente, cercavano di comprendere chi aveva sparato sulla folla. Non si trattava infatti del primo agguato in danno di chi si batteva per l'assegnazione delle terre ai contadini. Per questa ragione, erano già caduti sotto il piombo dei mafiosi alcuni sindacalisti. A discutere dinanzi la porta della Camera del Lavoro ci sono Leonardo Addamo, Giuseppe Salvia, Giuseppe Casarrubea e Salvatore Mancuso. Tutti tesserati al Partito Comunista Italiano. Con loro, Salvatore Patti, un simpatizzante del partito comunista. Da lì a poco al gruppetto si aggiungono Vincenzo Lo Iacono e Andrea Mazzurco. Un incontro casuale, visto che i due stanno facendo una passeggiata e si sono fermati a scambiare qualche parola con l'Addamo. Lo Iacono, è anche lui iscritto alla sezione locale del PCI. Presente quella sera, anche lo scrivano della Camera del Lavoro, Patti. Le raffiche di mitra colgono tutti impreparati. A pagare con la vita quell'incontro dinanzi la Camera del Lavoro di Partinico, Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono.
Michele CIMMINISI (2° Parte)
01-07-2021
Michele CIMMINISI (2° Parte)
E’ il 29 settembre 1981. San Giovanni Gemini, paese arroccato sotto Monte Cammarata, in provincia di Agrigento. Michele, ore di lavoro, una casa, una famiglia che lo aspetta. Il bar è piccolo. Il posto dove chiacchierare un po’ con gli amici, giocare una mezz'ora a briscola e poi il ritorno a casa. Sull’ingresso la figura di Calogero “Gigino” Pizzuto, capo mandamento di Castronovo di Sicilia. Michele non sa nulla di mandamenti, cupole, commissioni provinciali. Lui gioca. Gioca, chiacchiera, ride e pensa a suo figlio Giuseppe che a momenti entrerà da quella porta. Pizzuto si siede. Chiede di giocare a carte. Pizzuto, l’avventore del bar, Pizzuto che vuol fare un giro di mano a briscola. Pizzuto fuori è la mafia. Pizzuto fuori da quella porta è morte, violenza. Michele è nel posto sbagliato, ma lui non lo sa. Così come non lo sa Vincenzo, che guarda chi gioca. Le carte in mano, l’attesa che l’avversario butti sul tavolo la sua. Ma la morte non viaggia mai da sola. Ha tante sorelle a tenerle compagnia. Le sorelle questa volta hanno i volti di Gigi, Calogero, Rosario e Lillo. Loro sono la mafia. Gigino non lo è più, ma ancora non lo sa. La carta resta sospesa nel vuoto. È un attimo. Il silenzio irreale di quanti erano nel bar, viene interrotto dal crepitare delle armi. Il sangue sporca le carte, il tavolo, il pavimento, le pareti. Il sangue sporca tutto. Tutto, tranne la vita di Gigino che sporca lo era già. Fuori ci sono i curiosi. Dentro, i morti. Calogero “Gigino” Pizzuto, Michele Ciminnisi, Vincenzo Romano. Lontani, al sicuro, i componenti del gruppo di fuoco. Ma la morte non cammina mai da sola e in seguito si porterà via anche le loro vite. Tutti morti ammazzati.
Michele CIMMINISI (1° Parte)
12-06-2021
Michele CIMMINISI (1° Parte)
E’ il 29 settembre 1981. San Giovanni Gemini, paese arroccato sotto Monte Cammarata, in provincia di Agrigento. Michele, ore di lavoro, una casa, una famiglia che lo aspetta. Il bar è piccolo. Il posto dove chiacchierare un po’ con gli amici, giocare una mezz'ora a briscola e poi il ritorno a casa. Sull’ingresso la figura di Calogero “Gigino” Pizzuto, capo mandamento di Castronovo di Sicilia. Michele non sa nulla di mandamenti, cupole, commissioni provinciali. Lui gioca. Gioca, chiacchiera, ride e pensa a suo figlio Giuseppe che a momenti entrerà da quella porta. Pizzuto si siede. Chiede di giocare a carte. Pizzuto, l’avventore del bar, Pizzuto che vuol fare un giro di mano a briscola. Pizzuto fuori è la mafia. Pizzuto fuori da quella porta è morte, violenza. Michele è nel posto sbagliato, ma lui non lo sa. Così come non lo sa Vincenzo, che guarda chi gioca. Le carte in mano, l’attesa che l’avversario butti sul tavolo la sua. Ma la morte non viaggia mai da sola. Ha tante sorelle a tenerle compagnia. Le sorelle questa volta hanno i volti di Gigi, Calogero, Rosario e Lillo. Loro sono la mafia. Gigino non lo è più, ma ancora non lo sa. La carta resta sospesa nel vuoto. È un attimo. Il silenzio irreale di quanti erano nel bar, viene interrotto dal crepitare delle armi. Il sangue sporca le carte, il tavolo, il pavimento, le pareti. Il sangue sporca tutto. Tutto, tranne la vita di Gigino che sporca lo era già. Fuori ci sono i curiosi. Dentro, i morti. Calogero “Gigino” Pizzuto, Michele Ciminnisi, Vincenzo Romano. Lontani, al sicuro, i componenti del gruppo di fuoco. Ma la morte non cammina mai da sola e in seguito si porterà via anche le loro vite. Tutti morti ammazzati.
Prologo.
22-05-2021
Prologo.
L'inizio del percorso dell’approfondimento nella conoscenza delle vittime innocenti di mafia inizia con la pubblicazione del Libro “Vittime di Mafia” edito nel 2014. La spinta decisiva in questa iniziativa editoriale fu quella di riscoprire il nostro essere siciliani e di raccontare una parte della nostra storia che ci appartiene. La mafia in effetti era un fenomeno pregnante del nostro essere siciliani, ma certo non era una realtà di cui andare fieri. Presto scoprimmo come la storia delle vittime innocenti della mafia e dei loro familiari ci rese davvero fieri di essere figli della nostra terra. Le vittime innocenti di mafia diventarono il nostro emblema di sicilianità. Le loro storie di eroi stridevano con quelle dei più noti mafiosi. Il fascino del male che rappresentano alcuni di loro, è sicuramente adombrato dalla figura di grande dignità e grandezza morale di ogni singola vittima. Più studiavamo e leggevamo gli atti giudiziari del passato, più ci rendevamo conto di quanto i mafiosi fossero vigliacchi e infami. I mafiosi che si credono uomini d’onore, sono solo degli ominicchi se non dei quaquaraqua, per citare Leonardo Sciascia. Per lo più mandano altri a sparare a soggetti della loro stessa risma, servitori dello stato, giornalisti o uomini che si rifiutavano di subire il loro volere criminale. Assassini che non si curavano delle eventuali vittime innocenti. Pronti ad uccidere indistintamente bambini e donne pur di raggiungere i loro meschini scopi. Iniziando a frequentare i familiari delle vittime di mafia, cominciavamo ad apprezzare la loro straordinaria grandezza d’animo e generosità, ma sopra ogni altra cosa il loro coraggio. La loro grande dignità nei confronti del lutto che portano nel cuore, ci dava l’immediata contezza di come riuscivano a convivere con il loro immenso dolore e la più grande delle ingiustizia di cui un uomo o una donna può essere vittima. Dai familiari delle vittime iniziammo a conoscere i loro congiunti uccisi per mano di coloro che è giusto definire “uomini del disonore.” E da allora che spendiamo le nostre forze per diffondere e rendere nota, perché non se ne perdesse memoria, la storia delle vittime di mafia e di testimoniare il coraggio dei loro familiari. Non c’è mai stato nessun uomo delle istituzioni e meno che mai nessun politico che ci abbia mai tanto chiaramente fatto comprendere quanto sia aberrante la mafia ed emozionare con le loro testimonianze. Dentro le loro parole sentiamo la rabbia e la voglia cocente di giustizia.I familiari delle vittime innocenti di mafia non si sono mai abbandonati, né privatamente né pubblicamente, alla richiesta di vendetta, ma solo ad una legittima istanza di giustizia. La loro più grande soddisfazione per molti, e per molti altri purtroppo non è mai stato possibile, è di aver contribuito, costituendosi come parte civile nei processi, a far condannare gli assassini dei loro cari. Ricordando le loro vittime con grande commozione, i loro cari ci fanno comprendere quando è grande il bene della vita. I familiari delle vittime innocenti di mafia, spesso persone comuni, ci hanno aiutato a capire il carattere moralmente riprovevole di un fenomeno che umilia i siciliani onesti e che della mafia sono le vere vittime. E’ a loro che con questa serie di podcast vogliamo dar voce, affinché possano con le loro storie e con le loro parole trasformare il volto di quest’isola e far dimenticare lo stereotipo del siciliano mafioso o vigliaccamente omertoso.